Descrizione
ll teatro intimo e dissacrante della provincia post-sovietica
In Cheryomushki (Stanley/Barker), il fotografo russo Nikolay Bakharev raccoglie un nucleo straordinario di immagini scattate tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 nelle spiagge fluviali e negli interni domestici della regione siberiana di Novokuzneck. Considerato a lungo una figura clandestina e marginale, Bakharev costruisce un archivio visivo di cruda ed eversiva verità socio-antropologica durante il declino dell’Unione Sovietica.
Lavorando come fotografo ambulante e di servizio per le famiglie locali, Bakharev trasformava il set improvvisato — la riva di un fiume, un prato o un angusto appartamento — in un teatro di posa spontaneo. I suoi soggetti (coppie, famiglie, gruppi di amici) vengono ritratti in abiti da bagno o semi-nudi, disposti in composizioni piramidali e pose plastiche che richiamano in modo quasi grottesco la pittura classica.
Il contrasto tra l’artificiosità della messa in scena e la spietata concretezza dei corpi — segnati dal lavoro manuale, dall’alcol e dalla povertà — crea una tensione visiva straniante. Pubblicato da Stanley/Barker con la consueta eleganza cartotecnica, Cheryomushki de-mitizza la propaganda di Stato sovietica per rivelare la vulnerabilità, la libertà corporea e l’intimità nascosta della classe lavoratrice di provincia.
Italiano
Nikolay Bakharev è nato alla fine degli anni Quaranta nella Siberia sovietica, in un periodo in cui l’espressione artistica era rigorosamente regolamentata. Rimasto orfano all’età di quattro anni, fu affidato alle cure dello Stato; lì scoprì la fotografia dopo essersi imbattuto in una macchina fotografica Smena in plastica. Nel 1970, Bakharev fu assegnato a un impiego presso un’acciaieria a Novokuznetsk, una città siberiana dominata dall’industria pesante. Poco dopo, iniziò a lavorare come fotografo per l’ente statale dei servizi alla persona, realizzando ritratti ufficiali in scuole, fabbriche ed enti pubblici. Quando l’Unione Sovietica iniziò a disgregarsi, nei primi anni Ottanta, Bakharev si dedicò alla ritrattistica privata. Si recava sulle spiagge fluviali e lacustri della zona, come quella di Cheryomushk, dove lavoratori e famiglie si ritrovavano per rilassarsi. Tali spiagge rappresentavano uno dei pochi spazi pubblici nell’URSS in cui fosse tollerata qualsiasi forma di nudità. “Quasi ogni immagine di un corpo nudo era considerata pornografia, il che era illegale”, racconta. Lì creò un archivio profondamente umano della vita sovietica più autentica: ritratti intimi e spontanei di persone colte in momenti di quieta tenerezza – genitori che abbracciano i figli, coppie strette l’una all’altra, amici che bevono qualcosa nella luce del pomeriggio.
English
Nikolay Bakharev was born in the late 1940s in Soviet Siberia—a moment when artistic expression was strictly regulated. Orphaned at the age of four, he was placed in state care, where he first encountered photography after stumbling upon a plastic Smena camera.
In 1970, Bakharev was assigned to a job in a steel factory in Novokuznetsk, a Siberian city dominated by heavy industry. Soon after, he began working as a photographer for state-run Household Services, making official portraits in schools, factories, and public institutions.
As the Soviet Union began to unravel in the early 1980s, Bakharev turned to private portraiture. He traveled to near by river and lake beaches, such as Cheryomushk, where workers and families gathered to relax. These beaches were among the few public spaces in the USSR where any form of nudity was tolerated. “Almost any image of a naked body was considered pornography, which was against the law,” he says. Here, he created a deeply human archive of unvarnished Soviet life: intimate, unguarded portraits of people in moments of quite tenderness—parents embracing their children, couples pressed close, friends drinking in the afternoon light.
Bakharev’s camera served as means of connection. “There must be a mutual relationship,” he said. “They need to understand that I am not watching my sitters—it’s as if I’m part of the picture… A picture should not be beautiful, but interesting, then you can find beauty. Beauty is in the human relationships that are formed.”