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Pestka di Magdalena Wywrot è un ritratto che sfida la gravità, come attraverso uno specchio, della vita di una madre e della figlia adolescente, una serie di dispacci in time-lapse apparentemente trasmessi da una stazione spaziale ermetica sospesa sopra un pianeta (e Cracovia, in Polonia) dove il tempo si è letteralmente fermato. Il mondo fuori dalle finestre della stazione spaziale/appartamento di Wywrot appare al tempo stesso distante e desolato e incredibilmente bello, quasi privo di presenza umana. Eppure la madre continua a scattare foto, mentre la figlia vive la sua vita e cresce sotto i nostri occhi. Una sorta di rapimento sembra aver avuto luogo all’esterno, mentre un’intima metamorfosi (e un’intima sorveglianza) si sta lentamente verificando all’interno. Un senso onirico di inquietante dislocazione pervade l’intera opera. Quel senso sarà probabilmente familiare a chiunque abbia vissuto con un figlio e abbia sperimentato in prima persona le infinite e sorprendenti trasformazioni che avvengono – giorno dopo giorno e anno dopo anno – mentre un bambino cresce verso l’età adulta.
Le foto di Wywrot hanno un che di acquariofilo, che muta forma, come mercurio, tra Espressionismo, Impressionismo e Astrazione. I ritratti sono teneri, misteriosi, pieni di scintille di meraviglia ed estasi, mentre i paesaggi sono disorientanti, minacciosi, vagamente apocalittici e spesso sublimi. Si percepisce un’inconfondibile consapevolezza nell’opera, eppure non si è mai del tutto certi di dove ci si trovi, e c’è un momento, da qualche parte nel libro, in cui improvvisamente si ha la sensazione che una gigantesca e ambigua forza vitale o uno spirito si nasconda nelle strade torbide sottostanti, in attesa che Wywrot completi il suo lavoro e liberi sua figlia sul pianeta.







