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Lavorando in Afghanistan per oltre un decennio, le mie fotografie hanno contribuito alla sua rappresentazione: le immagini che vediamo, quelle che non vediamo e il modo in cui sono inquadrate. Col tempo, sono diventato più consapevole del potere e dei limiti di questa rappresentazione, ho iniziato a riflettere sul mio ruolo e sulla mia posizione in questo sistema e ho iniziato a mettere in discussione la profondità della mia comprensione dei fatti… Sto comprendendo appieno gli eventi che si svolgono davanti a me o sto solo cercando di riprodurre un certo tipo di immagini? Sto guardando e osservando correttamente o sto emulando un film che si ripete in loop nella mia testa di outsider?
Le fotografie sono state scattate mentre Tugnoli lavorava per il Washington Post durante i negoziati di pace tra il governo degli Stati Uniti e i talebani, seguiti dalla disintegrazione della Repubblica afghana e dal ritorno al potere dei talebani. Durante la realizzazione del libro, Tugnoli ha collaborato con la ricercatrice Francesca Recchia per rivedere il suo archivio con occhi nuovi e cercare immagini che raccontassero una storia diversa da quella che appariva sui giornali.
“C’erano così tanti strati: cose che accadevano dietro le quinte che non erano visibili o facili da comprendere. E soprattutto per noi, occidentali, era molto facile fraintendere ciò che vedevamo.”
Le fotografie del libro sono cinematografiche, con luci e ombre drammatiche, e raffigurano sia ampi paesaggi che dettagli della quotidianità: granate e armi da fuoco intervallate da scene domestiche. La scelta formale del bianco e nero mira a mettere in discussione l’autenticità storica attribuita a questo mezzo tradizionale del fotogiornalismo, rendendo allo stesso tempo le immagini difficili da collocare in un periodo storico specifico. Le fotografie aeree di paesaggio rimandano al modo in cui gli eserciti stranieri hanno visto il paese principalmente dalla sicurezza della ricognizione aerea, scollegati dalla vita sul terreno.
Tugnoli ha intenzionalmente ricercato sequenze ambigue e prive di chiarezza. Questi frammenti di luoghi ed eventi, privi di una narrazione formale, incoraggiano lo spettatore a cercare indizi e aprono a molteplici interpretazioni. Il fotografo ha deciso di inserire le didascalie solo alla fine del libro, con l’intento di consentire allo spettatore di esplorare il “mondo” del libro, riflettendo le sue esperienze personali nel Paese.
“Spero che il libro possa essere parte di una discussione più completa su come percepiamo i Paesi che hanno subito l’occupazione, sull’etica della narrazione e sugli impatti duraturi degli interventi stranieri su nazioni come l’Afghanistan”.
Il libro è accompagnato da un testo incentrato sulla vita familiare quotidiana in Afghanistan, scritto dal giornalista e scrittore Habib Zahori. Questo testo contrasta gli approcci mediatici tradizionali, che possono distogliere l’attenzione dall’individuo. Il saggio conclusivo è dell’autrice e ricercatrice Francesca Recchia.











